Particolari della Galleria Sciarra

Galleria Sciarra

Il liberty italiano nascosto nel rione Trevi

by Nemo

Un gioiello del liberty italiano

Siamo nel 1885 quando il principe Maffeo Barberini Colonna di Sciarra decide di costruire questo passaggio in stile liberty per collegare le attività e gli interessi della famiglia Sciarra, ovvero il palazzo nobiliare, il teatro Quirino e gli uffici editoriali, che ispireranno l’intera architettura della galleria.
Il progetto architettonico fu curato da Giulio De Angelis, mentre le pitture sono di Giuseppe Cellini.
Se vuoi comprendere perché i tratti liberty di questo luogo siano un’anomalia per il centro di Roma, leggi la spiegazione nel box in pagina “L’anomalia del liberty a Roma“.

Il palazzo ospitava redazioni e tipografie dell’attività editoriale degli Sciarra, tra cui il quotidiano “La Tribuna“, uno dei giornali più influenti dell’Italia post-unitaria, e “Cronaca Bizantina”, la rivista letteraria di cui fu direttore Gabriele D’Annunzio. Per questa ragione, l’intero cortile fu progettato per essere funzionale a tutte le attività che giravano intorno alle testate.
L’idea era che lo spazio centrale:

  • fosse agibile tutto l’anno come punto d’incontro dei vari processi,
  • godesse della ventilazione naturale della “galleria”,
  • godesse di luce naturale tutto il giorno grazie al grande tetto in vetro.

Quest’ultimo, realizzato con una struttura in ferro tipica dello stile liberty, serviva anche da copertura per i carri che transitavano col materiale per la stampa.
In sostanza, sotto le sembianze di un salottino borghese, la galleria offriva un centro logistico per l’incontro tra gli uffici, le redazioni e la tipografia degli Sciarra.

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Particolari della Galleria Sciarra

I dettagli della Galleria Sciarra

Sotto le mentite spoglie di un salotto liberty, il cortile era una vera e propria roccaforte editoriale.
Alzando gli occhi vedrai che lo spazio si articola su tre livelli.
Il livello più alto, quello con i balconcini in ferro battuto, permetteva di avere una visione generale su tutto lo spazio.
Il livello intermedio era quello delle redazioni e degli uffici.
Il livello più basso, che affaccia sulla strada, era la sede operativa della produzione editoriale: uno spazio comune d’incontro tra le funzioni interne e con l’esterno.

L’omaggio alla donna borghese dell’Ottocento

Dal punto di vista artistico, il tema dominante dell’opera di Giuseppe Cellini è “la Glorificazione della Donna”.

Nel livello superiore si possono ammirare delle figure femminili che sono allegorie delle virtù della donna borghese dell’Ottocento, ciascuna con la scritta in latino di ciò che rappresenta, come la Misericordia, la Forza, la Prudenza o la Sobrietà.
Sotto di esse ci sono scene di vita quotidiana che il principe fece realizzare, probabilmente, come omaggio alla madre Carolina Colonna Sciarra, che considerava un esempio di virtù. Nelle scene, infatti, sono le donne a rappresentare il motore della vita domestica.

Uno degli elementi tipici del liberty era il pavone, un uccello variopinto ed elegante, utilizzato spesso perché la forma occhiuta delle piume accompagnava visivamente le linee e le forme dello stile. Nella Galleria Sciarra, il pavone trova un significato speciale in armonia con “la Glorificazione della donna” e, in particolare, con la pudicizia, la fedeltà, la prudenza e la fortezza delle figure allegoriche del livello alto:

  • rappresenta grazia e dignità
  • richiama la bellezza elegante, non ostentata
  • è metafora della virtù femminile

Dal punto di vista della tecnica pittorica, Cellini dispose le figure femminili come a formare una scenografia (forse ispirandosi al vicino Teatro Quirino) schiarendo i colori man mano che si sale verso la cupola che, col suo vetro che filtra la luce naturale che lo attravesa, fa da riflettore naturale. Questo genera “l’effetto wow” per chi entra inconsapevole nel passaggio che, dalla strada esterna, appare inizialmente scuro.

Particolari della Galleria Sciarra

La Galleria e D’Annunzio

A caccia di chicche nascoste…


C’è un doppio legame tra la galleria Sciarra e Gabriele D’Annunzio che porta alla scoperta di un dettaglio nascosto che ti rivelerò solo alla fine di questo box!

Nel frattempo, ciò che devi sapere è che lo scrittore e il principe erano amici, oltre che legati da rapporti lavorativi per la collaborazione ad alcune riviste tra cui la “Cronaca Bizantina” di cui il D’Annunzio fu direttore.

C’è una sua frase che esprime perfettamente l’estetismo dannunziano, cioè l’idea che la bellezza e l’arte debbano permeare ogni aspetto della vita — lo stesso spirito culturale con cui venne realizzata la struttura della Galleria e che animava i circoli artistici frequentati nella Roma di fine Ottocento attorno al palazzo Sciarra.

Bisogna fare della propria vita, come si fa di un’opera d’arte.

Gabriele D’Annunzio

Trova il personaggio!

Ed ora la curiosità che ti avevo promesso: tra i personaggi di una delle scene di vita borghese ritratte sulle pareti, ce n’è una con le sembianze di Gabriele D’Annunzio. Prova a cercarla! Se non riesci al primo tentativo, ti do un indizio: “Conversazione galante”.
Non posso dire di più, altrimenti diventa troppo facile!

Informazioni logistiche

Per visitare la Galleria Sciarra, ti consiglio una passeggiata che include altri due gioiellini del barocco, sempre nel rione Trevi, mentre ti dirigi o torni da Fontana di Trevi. Le altre due tappe possono essere Santa Maria in Via, dove farai visita alla Madonna del Pozzo, e Santa Rita da Cascia alle Vergini.

Venendo da via di Santa Maria in Via, taglia via Marco Minghetti (lasciandoti sulla sinistra il Teatro Quirino) e imbocca la galleria che sbuca in piazza dell’Oratorio. Se ti servisse un aiutino per l’orientamento, imposta pure le coordinate 41°53′59.32″N12°28′55.65″E.

Ah, dimenticavo: è gratis!

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Se voleste qualche spoiler di carattere architettonico, vi consiglio di visitare questo sito:

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E se, infine, foste interessati al Palazzo Sciarra adiacente, eccovi il sito per le opportune informazioni:

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La genesi di un nome

Quando il principe Maffeo Barberini Colonna di Sciarra commissionò la galleria, il suo era un cognome rispettato e influente. Peraltro, il titolo di “principe” rappresentava il vertice assoluto della gerarchia aristocratica e apparteneva quasi esclusivamente alle grandi famiglie storiche, spesso legate alla Curia o a papi del passato.
Per arrivare a questo status, però, la famiglia Sciarra ne aveva fatta di strada, a partire da un episodio che la rese celebre in modo negativo!

Il re Filippo IV di Francia era in forte conflitto con il papa Bonifacio VIII. Quest’ultimo aveva perseguitato la famiglia Colonna e quindi uno dei suoi membri, Giacomo Colonna, era simpatizzante dei francesi e astioso verso il pontefice. Il 7 settembre 1303, durante il celebre episodio dell’irruzione nella Cattedrale di Anagni, si narra che Sciarra Colonna avrebbe schiaffeggiato il papa (o minacciato di farlo), episodio che passò alla storia come “lo schiaffo di Anagni“, anche se ci si riferiva più all’umiliazione subita da Bonifacio che a un reale schiaffo. Era l’idea stessa che l’autorità del papa potesse essere sfidata.
Poiché in dialetto romano del tempo, per indicare una persona litigiosa, propensa alla rissa, Giacomo venne etichettato come Colonna di Sciarra o Sciarra Colonna, divenendo di fatto una linea della famiglia aristocratica.

Quando uno dei suoi componenti andò a nozze con un membro della famiglia Barberini, prese forma la linea dei Barberini Colonna di Sciarra, che portò alla nascita di Maffeo Barberini Colonna di Sciarra, VIII principe di Carbognano, colui che commissionò la Galleria.

Particolari della Galleria Sciarra
Particolari della Galleria Sciarra
Particolari della Galleria Sciarra

L’anomalia del liberty a Roma

Quando la storia pesa sulle scelte future


Roma è sempre stata meno libera di altre città nel potersi esprimere architettonicamente perché sebbene sia stata la casa di molti tra i più grandi artisti del panorama italiano, ha sempre avuto l’onore (e l’onere) di dover fare i conti con la sua storia: a Roma dominano gli stili antico romano, rinascimentale, barocco e neoclassico e, a differenza di alte città (per fortuna, direi), non ha mai subito eventi tali da dover ricostruire edifici, zone o quartieri sostituendo ciò che c’era prima.
L’essere legata all’Impero Romano prima e allo Stato Pontificio, poi, ha indirizzato molte scelte che oggi ne tracciano le caratteristiche peculiari rendendola unica nel suo genere.

Quando Roma divenne capitale del Regno d’Italia, il centro storico era già pieno di edifici monumentali che ne definivano identità e storia: la scelta fu, chiaramente, quella di tutelare tale patrimonio. Per questa ragione i nuovi stili come il Liberty si diffusero prevalentemente in nuovi quartieri come il quartiere Coppedè, il quartiere Trieste e in Prati, ovvero durante l’espansione urbana di inizio Novecento.

Per queste ragioni, trovare a due passi dalla Fontana di Trevi, nel cuore della capitale, un piccolo gioiello del liberty italiano in contrapposizione a tutto ciò che c’è intorno è una rarità che dovevo assolutamente segnalarvi!

Cos’è il “liberty italiano”?

…e che c’entra con l’Art Nouveau?


Partiamo con una disambiguazione: Liberty e Art Nouveau sono facce della stessa medaglia. Per essere più precisi, lo stile Liberty è una “traduzione” italiana del movimento artistico e architettonico che si diffuse in Europa tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, conosciuto come Art Nouveau. Il nome “Liberty” fu preso in prestito dai magazzini Liberty & Co. di Londra, popolari per la vendita di tessuti e oggetti d’arredo con i caratteristici motivi floreali.

Il Liberty nasce come reazione agli stili del passato che, sebbene fossero testimonianza di una storia ricca e gloriosa, erano percepiti come austeri e razionali. Propose quindi linee e movimenti nuovi che prendevano ispirazione dalla natura. Per questo, i temi principali erano decorazioni floreali immerse in spazi ricchi di linee curve e dinamiche. Per contrapporsi al rigido marmo servivano materiali resistenti ma più malleabili per la realizzazione delle nuove forme: si fece grande uso di ferro battuto, vetro e ceramica. In generale, si fece un grande lavoro di integrazione tra l’architettura, il design e le arti decorative cercando un equilibrio estetico nuovo tra le tre componenti che aveva come parola d’ordine “eleganza“.

In Italia il Liberty si diffuse soprattutto tra il 1890 e il 1915, differenziandosi a seconda del territorio: lo sviluppo maggiore si ebbe in grandi città come Milano, Torino e Palermo. Perché Roma ne fu influenzata solo marginalmente è spiegato nel box “L’anomalia del Liberty a Roma” in questa pagina.

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