Palazzo imperiale di Kyoto

Storia del Giappone

Imperatori, Shogun, monaci e katane

by Nemo

La storia del Giappone

Cari viaggiatori, come sempre, voglio essere molto trasparente con voi: se cercate un compendio di storia del Giappone fatto ad arte, siete nel posto sbagliato. Questa pagina serve ad aiutarvi ad affrontare al meglio un viaggio nel Paese del Sol Levante cogliendo qualche sfumatura in più in quanto a stili, tradizioni, località e ruoli sociali.
Per far questo, vi fornirò un po’ di informazioni e di definizioni che (spero) vi aiuteranno a contestualizzare i luoghi che visiterete rispetto alla loro storia, ma anche a scoprire il senso di qualche parola chiave.
Se volete qualcosa di più preciso e dettagliato, vi rimando a tanti siti e testi più autorevoli di questo.
Se, invece, vi basterà quel che ho preparato, come sempre,
cosa aspettate a mettervi in viaggio?

La Porta di Suzaku è quanto resta del palazzo imperiale di Heijō, l'odierna Nara.
La Porta di Suzaku è quanto resta del palazzo imperiale di Heijō, l'odierna Nara.

Per realizzare questa pagina ho consultato diversi testi e fatto diverse ricerche sul web, nell’intento di verificare le informazioni e fornirvi una cronaca sintetica “di senso”. Tra i molti contributi, devo assolutamente ringraziare i testi e i video di Alessandro Barbero che, come pochi, sa rendere appassionante la storia dell’uomo.

Quattro gocce nel mare

La leggenda primordiale

Alla base dello Shintō, o Shintoismo, religione diffusa su tutto il territorio nazionale, il Giappone è la terra delle divinità e degli spiriti, detti kami, come ad esempio Amaterasu, la dea del Sole: dai suoi raggi si diffondono le sue virtù e l’Imperatore è parte della sua discendenza.

All’inizio della creazione, però, ci sono due figure: Izanagi, il “Maschio che invita”, e Izanami, la “Femmina che invita”. A loro due il consiglio delle divinità diede l’incarico di mettere ordine nella terra e, per farlo, fu loro affidata una lancia tempestata di gemme.
I due salirono sul Ponte fluttuante del Cielo ma, scendendo verso la Terra, immersero la lancia nell’oceano creando degli schizzi. Quattro gocce perfette ricaddero in mare formando 4 isole: Hokkaidō, Honshū, Shikoku e Kyūshū, ovvero le quattro principali isole del Giappone.

Secondo un’altra versione, scendendo sulla Terra, i due fratelli scoprirono l’amore e dalla loro unione nacquero 8 isole: Awaji, Shikoku, Kyùshù, le gemelle Oki e Sado, Ikishima, Tsushima, Hondo. Vennero poi generati tutti gli dei legati alla natura e ai suoi fenomeni, fino alla morte di Izanami a causa del parto del loro ultimogenito, il dio del Fuoco.

Quel che è certo è che dobbiamo registrare una natura divina del Giappone e, con essa, la presenza di tante divinità, spiriti e antenati venerabili che incontreremo durante il nostro viaggio. Su queste presenze si basa gran parte della storia e delle decisioni prese dai personaggi che l’hanno scritta con le loro azioni.

L’11 febbraio di ogni anno, il Giappone si celebra l’ascesa al trono di Jimmo-tennò, il primo Imperatore, circa 6 secoli prima di Cristo. Da lui, discendente degli dei, originò la stirpe degli imperatori.

Link rapidi ai PERIODI della storia giapponese

La vera storia per “periodi”

Sembra che i primi insediamenti umani riscontrati risalgano a 32.000 anni fa, in base ai reperti ritrovati. Siamo nel periodo successivo all’era Paleolitica.
Da questo momento, sentirete parlare di “periodi“, dal nome dei clan, della figura che detiene il potere oppure dalla città in cui il potere si sposterà. Ve li evidenzio, perché i riferimenti che troverete ai diversi periodi saranno una costante delle visite a musei e siti storici.


Periodo Jōmon (10000 a.C.-300 a.C.)

In questo caso, il nome deriva dalle tipiche decorazioni del vasellame dell’epoca.  La popolazione era dedita a caccia e pesca e la tecnica della ceramica permetteva di realizzare contenitori per la conservazione e la cottura dei cibi. Mentre fino a questo punto c’era sempre stato una sorta di “livellamento” della popolazione, verso la fine del periodo si stavano formando aree culturali diverse tra loro a seconda del territorio.
La maggior parte delle persone erano nella pianura del Kantō.


Periodo Yayoi (300 a.C.-250 d.C.)

In questo caso, il nome riguarda il distretto di Tokyo, che è ricco di reperti e scavi di questo periodo.
Di molto importante si registra l’inizio della coltivazione del riso nelle risaie… e sappiamo cosa faranno in futuro di tutto questo riso, no?


Periodo Kofun (250-538)

La popolazione era divisa in tribù, dette uji. Il clan di Yamato conquistò il potere sulle isole in gran parte del territorio e creò un governo centrale ispirandosi all’impero cinese Tang: l’imperatore Tenchi, nel 645, fu artefice di riforme chiamate “grande mutamento” (Taika). Questo cambiamento pose le basi per la storia classica de Giappone che conosciamo meglio.


La particella “no”

Vogli darvi una chiave di lettura di alcuni nomi che incontrerete nella storia giapponese, che potrebbe aiutarvi a capire meglio alleanze e contrasti tra i personaggi.
Spesso leggerete “A no B“. In giapponese, la particella “no” () indica sia possesso che appartenenza, ovvero “B appartiene ad A“. Quindi, se siete al ristorante, “Watashi no sushi” indicherà che il sushi è vostro, mentre “Hana no boushi” vorrà dire che il cappello è della signorina Hana (o Hana-san, giusto per essere educati).

Per quanto riguarda i nomi storici, leggerete spesso indicazioni del tipo “Minamoto no Yoritomo“, che vanno interpretati come “Yoritomo che appartiene ai Minamoto“. Come sappiamo dal testo in questa pagina, Minamoto è un clan e Yoritomo del clan Minamoto divenne shogun uccidendo suo fratello “Minamoto no Yoshitsune“, che a sua volta aveva ucciso suo cugino “Minamoto no Yoshinaka“. Grazie alla particella “no” sappiamo che tutti e tre, Yoritomo, Yoshitsune e Yoshinaka, appartenevano al clan Minamoto.

Un’ultima accortezza è quella di ricordare che il cognome (o il casato) viene posto sempre prima del nome anche se non si utilizza la particella “NO”, quindi Tokugawa Ieyasu sarà lo Shogun di nome Ieyasu del clan Tokugawa.

Periodo Asuka (538-710)

Il nome è quello della città di Asuka kyō, che fu scelta più volte dall’Imperatore come capitale. Di fatto, questo periodo viene considerato come il primo dell’epoca classica poiché venne introdotta la nuova religione del buddismo.
Il buddismo proveniva dal Regno di Baekje, in quella che un domani sarebbe stata la Corea.
Promotori di questa “contaminazione”, furono gli uomini del clan Soga che, dal I secolo d.C., avevano un esponente nel ruolo di “grande ministro” dell’Imperatore.
Altri clan coinvolti nei giochi di potere erano il clan Otomo (comandavano la flotta ma erano sostanzialmente neutrali sulla questione religiosa), il clan Nakatomi (decisamente contrari poiché erano maestri cerimonieri dei riti shintoisti), il clan Mononobe (comandanti in capo dell’esercito e decisamente contrari al buddismo).
Il principe Umayado passò alla storia come il primo membro della famiglia imperiale ad abbracciare il buddismo: grazie a ciò cominciò la costruzione di molti templi che servivano a custodire i doni che arrivavano dalle altre terre. Tra questi, vide la luce il complesso di  templi Shitennō-ji presso la moderna Osaka. È ancora oggi uno dei complessi templari più amati dai giapponesi ed è considerato il più importante sito buddhista di Osaka.
Avvennero alcune cose molto importanti:

  • i ranghi della società, da sempre basati sulla discendenza, vennero modificati con criteri di meritocrazia, su ispirazione del confucianesimo;
  • per difendere i feudi lontani, vennero concesse terre ai signori feudatari, che cominciarono ad assumere potere politico;
  • venne adottata la scrittura con caratteri cinesi;
  • fu approvata la prima costituzione, composta da 17 articoli ispirati alla società buddhista: questa costituzione restò in vigore fino al 1890;
  • venne distrutto il clan Soga e acquisì potere il nuovo clan Fujiwara, che ebbe una forte influenza politica fino alla fine del XII secolo;
  • nel 668 diventò imperatore Tenji, sotto cui tornò in auge lo scintoismo a discapito del buddismo, che cadde in disgrazia.

Periodo Nara (710-795)

Questo periodo si chiama così perché la capitale venne spostata da Fujiwara-kyō a Nara, che allora veniva chiamata Heijō-kyō. L’artefice fu l’imperatrice Genmei.
Non vi sembri strano che, seppure in un’epoca che potremmo definire “antica” di questo Paese, fosse una donna a fregiarsi del titolo di imperatore: in realtà Ginmei, che era la 43-esima a salire sul trono, era già la quarta di sesso femminile. Dovrebbe stupirvi, invece una regressione in tal senso (ALLERTA SPOILER): nel 1889, in concomitanza con la promulgazione della Costituzione Meiji, verranno vietati i regni femminili per la casa imperiale.
Nara fu capitale dal 710 al 794 e in questo periodo si ebbe uno sviluppo nel campo dell’amministrazione della società, prevalentemente su ispirazione dei modelli cinesi. Tra i suoi lasciti, vale la pena ricordare il Kojiki (古事記) che è considerato il più antico esempio di cronaca dell’impero giapponese e, sicuramente, il testo di narrativa giapponese più antico a essere pervenuto ai giorni nostri.
Storicamente, si considera terminato il periodo nel momento in cui l’Imperatore Kmmu decise di spostare la capiatale a Nagaoka e ,successivamente, a Heian, che oggi conosciamo col nome di Kyōto.


Periodo Heian (794-1185)

Il nome del periodo si deve alla città di Heian-kyō, considerata l’ultima capitale del Giappone antico. Il nome significa all’incirca “luogo della pace” o “luogo pacifico” e conserverà lo status fino al 1869. In città venne costruito un castello, che sarebbe stato il centro del distretto nobiliare.
A dispetto delle aspettative di rafforzamento del prestigio imperiale, però, accadde il processo contrario, ovvero la crescita del potere e dell’autonomia dei feudatari che controllavano i territori al di fuori della città. Alla fine del periodo Heian, cominciò a essere utilizzato il nome Kyoto al posto di Heian-kyo per diventare una consuetudine durante il periodo Kamakura.

Di questo periodo va ricordato come importante dal punto di vista storico lo scontro tra il vecchio imperatore Sutoku e Go Shirakawa, che era l’imperatore in carica. Quest’ultimo vinse la sfida grazie ai clan che lo appoggiavano militarmente, tra cui il clan Taira. Grazie ai privilegi consessi, questi ultimi divennero una vera e propria potenza sul territorio, rendendo il loro esponente, Kiyomori, un vero despota. Tra le nefandezze compiute sul popolo, Kiyomori annientò il clan Minamoto suscitando l’odio di due discendenti, Yoshitsune e Yoritomo che nel 1185, con la battaglia di Dan no Ura, vendicarono il padre e presero il potere.
Ora seguitemi perché c’è materiale per una serie Netflix:

  • Yoshinaka (cugino di Yoshitsune e Yorimoto) costrinse l’imperatore Go-Shirakawa a nominarlo sei-i taishōgun.
  • Yoshitsune uccise Yoshinaka per prenderne il posto al comando.
  • Yorimoto, a sua volta, costrinse il fratello a suicidarsi.

Come risultato di questa catena di tradimenti all’interno del clan Minamoto, Yoritomo si proclamò shōgun, che significa “generale supremo” (ma su questo argomento ti rimando al relativo box in pagina) trasferendo il potere a Kamakura da cui governò grazie al potere militare. Questa forma di dittatura passò alla storia col nome di bakufu (“governo della tenda“).

La tomba di Minamoto no Yoritomo a Kamakura.
La tomba di Minamoto no Yoritomo a Kamakura.

Il termine shogun esisteva già in passato, ma Yorimoto gli diede un nuovo significato politico e, di fatto, traghettò il Giappone dall’epoca classica a quella medievale creando il cosiddetto shogunato.

L'armatura originale di un samurai nella casa Nomura di Kanazawa.
L'armatura originale di un samurai nella casa Nomura di Kanazawa.

Daimyō (大名)

Il Daimyo è una figura del feudalesimo giapponese, di un certo spessore dal X secolo fino al XIX secolo, quando il sistema delle prefetture rese obsoleti i proprietari terrieri nel gioco del potere e dell’amministrazione. Di fatto, erano proprietari terrieri, signorotti a capo di un feudo, spesso ricevuto in dono dallo Shogun o dall’Imperatore per i servigi resi. Da quel momento, a meno di non fare passi falsi e cadere in disgrazia, i loro possedimenti venivano ereditati dai discendenti. Formalmente, dipendevano dall’Imperatore, ma di fatto rispondevano allo Shogun.
Per proteggere le proprietà e la propria famiglia, i daimyo impiegavano gran parte delle proprie fortune nell’ingaggio di un esercito di Samurai. Non potendo impiegare tutte le loro fortune, li ricompensavano spesso

Approfitto dei daimyo per farvi respirare un po’ della complessità della lingua giapponese e della sua scrittura.
Il nome deriva da due ideogrammi kenji: , , che si pronuncia dai e significa “grande” (ad esempio, è lo stesso che troviamo ancora oggi nella parola “adulto” 大人 come unione di “grande” e “persona”) e 名田, che si pronuncia myōden, dove è il kanji legato al nome, mentre significa “campo“. Nel loro insieme, quindi, i kanji rievocano il possesso di “una grande terra legata al nome“. Il nome in questione, è quello del proprietario o del suo casato, il ché ci riconduce al concetto a noi più fruibile di feudatario.

Shikken (執権)

La figura dello Shikken, o “reggente” venne introdotta durante il periodo Kamakura e divenne una sorta di Primo Ministro al servizio dello Shogun. Per lo più, il ruolo fu ricoperto dai membri del clan Hōjō, a cui apparteneva la moglie dello Shogun Yorimoto. Il ruolo ufficiale così concepito terminò con la fine dello shogunato dei Minamoto e l’inizio del periodo Muromachi, ma queste figure tornarono a far parlare di sé con l’istituzione del “Consiglio dei Cinque Reggenti” (五大老Go-tairō) del 1595, anche se, a dispetto del nome, si trattava in effetti di cinque daimyō.

Samurai (侍)

L’etimologia di questa parola famosissima, che rievoca grandi guerrieri, protagonisti di avventure e pellicole epiche, è in realtà legata alla parola saburau, che vuol dire “servitore“. I Samurai, infatti, erano i “cavalieri” del feudalesimo giapponese: militari di alto rango che basavano la loro gloria non solo sull’abilità in battaglia, ma anche sull’onore con cui conducevano i conflitti e la propria vita. Costituivano una sorta di casta, o aristocrazia guerriera, e servivano un signore, che poteva essere un daimyō o lo stesso Shogun.

Portavano due spade infilate nella cinta da cu non dovevano separarsi mai per non essere tacciati di negligenza: una lunga, chiamata katana, e una corta, chiamata wakizashi. Insieme, erano le daishō (“grande e piccola“). C’era una deroga per la katana, che poteva essere riposta nei momenti informali, ma la wakizashi non poteva mai essere abbandonata perché era la “guardiana dell’onore“: essa, infatti, era posta un po’ più centrale rispetto alla sorella maggiore, esattamente sul ventre, che per i giapponesi il ventre era il luogo in cui risiede l’anima. Per questa ragione il “suicidio con onore”, detto seppuku, aveva al suo interno un rito, chiamato harakiri, in cui il Samurai si squarciava il ventre con la wakizashi.

Quando il daimyō moriva o perdeva la fiducia nel suo Samurai, questi era libero da ogni vincolo, che nella cultura giapponese feudale non era una buona cosa: si viveva per servire quindi, se non si serviva, che onore c’era a esser vivi? Tanto valeva mantenere l’onore e la dignità procedendo al seppuku. I Samurai “senza vincoli” che non si toglievano la vita, venivano chiamati col nome di rōnin, che aveva il senso del cavaliere errante, per lo più mercenario, senza onore né padrone da servire.

Quando Tokagawa Ieyasu divenne Shogun e procedette all’unificazione dei territori, diminuirono le faide tra i feudi, rendendo quasi superflua la figura dei Samurai. Il colpo di grazia si ebbe con il Rinnovamento Meiji, nel XIX secolo, in cui la creazione di un esercito regolare nazionale sul modello occidentale rese del tutto obsolete queste figure di cavalieri onorevoli e leggendari.

Ispirandosi ai principi taoisti, nel 1645 Miyamoto Musashi scrive Il libro dei cinque anelli (in lingua originale, Go rin no sho五輪書) partendo dai cinque elementi che costituiscono il mondo: terraacquafuocoaria vuoto. Se in generale si parla di strategia militare, di fondo questo testo viene considerato il codice di condotta del Samurai.

Shogun (将軍)

Il termine “shogun” deriva da una contrazione di sei-i taishōgun, che indicava il “generale dell’esercito che sottomette i barbari“. La figura dello shogun esisteva sin dall’epoca del Giappone classico, ma fu con il medioevo che assunse connotazioni politiche di rilievo, a partire dalla figura di Yorimoto del clan Minamoto che avviò il cosiddetto periodo Kamakura nel 1185.

Sebbene fosse l’imperatore a nominare lo shogun, quest’atto divenne puramente formale poiché il potere di quest’ultimo derivava dalle forze militari che lo appoggiavano. L’imperatore, quindi, perse sempre più potere diventando una figura quasi rappresentativa mentre lo shogun si appropriò del potere di governare l’impero.

Ancora oggi in Giappone, se si vuole insinuare che un ex Primo Ministro abbia ancora influenze politiche, lo si definisce “yami shōgun“, che significa “shogun ombra“.

Periodo Kamakura (1185-1333)

Con la salita allo shogunato di Yorimoto del clan Minamoto, si apre il periodo del medioevo giapponese in cui allo shogun si affianca la figura dello shikken, che era il “reggente” nominato dallo shogun. Quello dei Minamoto è conosciuto anche come il “primo shogunato“. Yorimoto trasferì la sede dello shogunato nella sua terra d’origine, a Kamakura, a oriente rispetto a Osaka e Kyoto. Da allora il titolo di shogun divenne ereditario e i signori feudatari acquisirono importanza e potere negli equilibri politici. In questo periodo le alleanze cambiavano con soffiare del vento, secondo le opportunità del momento.

In questo periodo accaddero alcuni eventi naturali fortuiti, come una tempesta che spazzò via l’esercito invasore mongolo nella baia di Hakata (il famoso termine “kamikaze” vuol dire proprio “vento divino“). Questi eventi furono importanti perché instillarono nella popolazione credenze e tradizioni che poi sfociarono in correnti religiose come il Buddhismo Zen e videro la luce testi come il Sutra del Loto della Buona Dottrina (Saddharmapuṇḍarīkasūtra oppure Hokkekyō) che ispirò le correnti del Buddhismo Mahayana, compresa quella del monaco Nichiren. Risale a questo periodo, ad esempio, la costruzione del tempio Kōfuku-ji di Nara.

Il malcontento per la divisione delle ricchezze tra i vassalli dello shogun permisero all’imperatore Go Daigo di riprendere il potere, ma l’ambizioso Ashikaga Takauji riuscì a sobillare una guerra civile che portò all’esistenza di 2 imperatori permettendo a Takauji di prendere il “vero” potere come shogun, ma questo passaggio ve lo spiego meglio nel prossimo paragrafo.


Periodo Muromachi (1333-1573)

Il Muromachi jidai, inizia con l’ascesa di Ashikaga Yoshimitsu al ruolo di shogun (detto il “secondo shogunato“) e si considera terminato nel momento in cui il nuovo shogun Oda Nobunaga depone l’ultimo discendente degli Ashikaga (in tutto furono 15) preparando la strada al cosiddetto Giappone pre-moderno. Ma non dobbiamo ricordare il periodo Morumachi solo per l’effetto delle lotte tra fazioni interne: accadranno, infatti, alcuni eventi significativi che contribuiscono a cambiare il volto di questa terra.

L’evento più importante, probabilmente, è l’arrivo degli stranieri. E con stranieri non intendo quelli simili ai giapponesi che arrivavano dalla costa vicina, ma individui totalmente diversi, alcuni biondi, alcuni rossi, tutti con nasi grandi e che parlavano lingue diverse e scrivevano in direzioni diverse tracciando caratteri diversi… da attirare l’attenzione o la paura.

Ma andiamo con ordine: la storia degli Ashikaga inizia con un doppio – doppio gioco di Ashikaga Takauji che, inviato a combattere contro il 96° imperatore Go-Daigo, anziché difendere la roccaforte degli Hojo la distrusse, abbattendo il governo di Kamakura e permettendo a Go-Daigo di rientrare a Kyoto. Quest’ultimo, però, non solo non premiò adeguatamente i generali che lo avevano aiutato, ma non nominò Takauji al ruolo di shogun. Takauji, quindi, strinse alleanza con l’ex-Imperatore e tornò all’assalto di Kyoto permettendo al principe Yutahito di riprendere i vessilli imperiali e costringendo Go-Daigo a fuggire a sud, allestendo una propria corte. Con una Corte del Nord a Kyoto e una Corte del Sud tra i monti di Yoshino, questo periodo passò alla storia come “il periodo delle Due Corti“.
Fu Ashikaga Yoshimistu, nipote di Takauji, a riunificare le due Corti nel 1392. Yoshimitsu liberò la carica di shogun da molti vincoli rispetto all’imperatore e si regalò, come residenza, il celebre Kinkaku-ji, l’odierno padiglione d’oro.

Gli anni tra il 1467e il 1603, dopo la morte di Yashimutsu, passarono alla storia come epoca Sengoku, o “epoca degli stati belligeranti“, caratterizzata da continue battaglie tra gli amministratori provinciali, che stavano prendendo le sembianze dei daimyo. Uno di questi, Oda Nobunaga, acquisì potere e appoggiò Ashikaga Yoshiaki per riconquistare Kyoto, salvo poi espellerlo solo cinque anni più tardi, nel 1573, decretando la fine del periodo Muromachi e degli shogun Ashikaga.

Ma è proprio nel periodo Sengoku che fanno la loro comparsa gli stranieri di cui vi parlavo inizialmente e che rappresentarono la vera novità tra le lotte e le successioni per il potere. Se, infatti, gli spagnoli erano arrivati molti anni prima sulle coste americane con Cristoforo Colombo (lo so che è italiano e un po’ ci rode, ma le navi erano spagnole), nel 1543 i portoghesi, anche loro un po’ per caso, sbarcarono sulle coste giapponesi.

Si portavano dietro le scoperte del mondo occidentale, la loro cultura, il commercio… e i gesuiti che sbarcavano con l’intento di evangelizzare i “popoli indigeni”. Fu quest’ultima la chiave del loro successo nei rapporti con l’impero: le navi cariche di merci erano ambite e molto spesso erano gli stessi daimyo locali a invitare i monaci perché sapevano che questi si sarebbero portati dietro i mercanti. Il proselitismo verso il cristianesimo è quindi spiegato in gran parte dall’opportunità di stringere accordi commerciali e i grandi numeri di fedeli convertiti trovano ragione nel fatto che le scelte del daimyo condizionavano l’intera provincia. Si narra addirittura di storie come quella di João Rodriguez, che arrivò come mozzo all’età di 15 anni e si tramutò in gesuita dedito all’evangelizzazione e, successivamente, in interprete.
Niccolò Lancillotto, frate gesuita di Urbino, fu uno dei missionari più attivi in terra d’oriente, dal 1545 al 1558.
Nei primi 50 anni, i missionari riescono a convertire circa 250.000 persone al cattolicesimo fondando, sul territorio, circa 200 chiese col favore dei daimyo che gli concedevano i terreni.

Altro elemento da mettere in conto per capire i cambiamenti che verranno, è l’introduzione delle armi da fuoco che, per quanto arretrate, lente e rudimentali, fecero intravedere alle fasce sociali più assoggettate la possibilità di difendersi e, se del caso, di abbattere un samurai senza dover essere maestri di katana. Dall’altro lato, per i gaijin, i giapponesi rappresentavano una novità assoluta rispetto alle popolazioni indigene con cui avevano avuto a che fare nelle loro conquiste: costoro erano educati, organizzati, fieri delle proprie tradizioni e della propria cultura evoluta e, per molti versi, affascinanti.


Periodo Azuchi-Momoyama (1573-1600)

A mio avviso, questo è il periodo più interessante… e non solo perché vi è ambientata la serie Shogun, che ho molto apprezzato per i dettagli storici benché romanzati, ma soprattutto perché mette in risalto personaggi che hanno fatto la storia del Giappone brillando per capacità di pianificazione, abilità diplomatica e strategia bellica.

I protagonisti di questo periodo, infatti, furono principalmente 3: Oda NobunagaToyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu. Li sentirete spesso nelle cronache dei luoghi storici di Osaka, Kyoto e Tokyo, perché sono considerati gli “unificatori” dell’impero. Il nome del periodo prende il nome da due fortezze:

  • la fortezza di Azuchi era il castello di Oda Nobunaga, che differiva dai precedenti perché nella costruzione si posero il problema dei cambiamenti in fatto di battaglie, come la nuova minaccia della polvere da sparo;
  • il castello di Momoyama, invece, era la roccaforte di Toyotomi Hideyoshi a Fushimi e fu l’esempio di evoluzione della città in centro commerciale e culturale.

Abbiamo visto come, alla fine del periodo precedente, Oda Nobunaga depone l’ultimo discendente degli Ashikaga. Da quel momento usa la forza per assoggettare territori, sottometterei daimyo, minacciare i templi e i monasteri per assicurarsi anche l’appoggio dei religiosi in nome di una protezione. Nobunaga, per forza o per convenienza, era riuscito a eliminare tutti i possibili rivali al potere del Giappone centrale ponendolo, di fatto, sotto il suo controllo. C’è da dire che, per fare tutto ciò, cambiò le regole del gioco rinunciando ai principi di onore per cui l’arma bianca permetteva al singolo samurai di combattere con dignità contro un avversario alla volta e, invece, introdusse nell’esercito le armi da fuoco per essere più efficace nell’attacco o nella repressione. L’alleanza tra Nobunaga e Ieyasu avviene proprio grazie all’uccisione, da parte del primo, del daimyo che teneva il secondo in “ostaggio” secondo gli usi del tempo. Tra i generali di Nobunaga, c’era il giovane Hideyoshi, di umili origini. Nonostante i suoi successi in campo militare, Nobunaga non aveva fatto i conti con il tradimento generato dalla sua ferocia: nel 1582 viene coinvolto nella rivolta dei suoi fedelissimi generali e mette fine alla propria vita col seppuku, bruciando tra le fiamme del suo palazzo.

A prendere il suo posto fu proprio il suo generale Toyotomi Hideyoshi che approfittò del momento uccidendo i rivoltosi e prendendo le redini dell’esercito di 230.000 uomini, nelle cui fila c’era anche Ieyasu. In soli otto anni riuscì ad annettere anche i territori periferici in cui non era riuscito ad arrivare Nobunaga, completando, di fatto, l’unificazione del Giappone. Per le sue umili origini, però, l’imperatore non lo nominò mai shogun, pur esercitando un potere commisurato a questo titolo.
La qualità principale di Hideyoshi (vedi il box in pagina che parla del carattere dei 3 personaggi) era quella di riuscire a persuadere i propri interlocutori grazie alla ricerca di una soluzione che, di volta in volta, facesse gli interessi di tutti: in questo modo riuscì a stabilizzare la situazione di equilibrio con i daimyo. Nonostante ciò, le rivolte contadine erano all’ordine del giorno e, per risolverle, si diede il compito di mantenere la pace sul territorio ai samurai.
Al suo fianco, Hideyoshi conta sulla presenza di Ieyasu, che a differenza sua, si distingue per pazienza e strategia. Il generale capì che doveva mantenerlo come alleato o avrebbe corso il rischio di una sfida per il ruolo di leader, considerato anche che l’imperatore non gli aveva concesso il titolo di shogun. Per questo gli concesse un feudo in un remoto villaggio chiamato Edo, lontano da Osaka dove invece si concentrava il potere. Da parte di Hideyoshi c’era la volontà di allontanare Ieyasu da Kyoto, dove risiedeva l’imperatore. Se altri avrebbero considerato questo un affronto, Tokagawa Ieyasu lo trasforma in un’opportunità e sfrutta il tempo a disposizione per costruire un’imponente fortezza dove creerà il centro della sua influenza in quella che, un giorno, diventerà nientemeno che Tokyo.

Durante il periodo di Hideyoshi, nel decennio tra 1590 e il 1600, avvenne una grande novità che avrebbe cambiato, per un po’, la vita del Giappone, e cioè la nascita del senso di diffidenza verso i portoghesi, considerati fino a quel momento come un’opportunità per il commercio: la crescente ondata di conversioni al cristianesimo e le simpatie dei ceti più bassi (con il rischio di ribellione verso il potere centrale) misero gli ospiti sotto la luce dei “conquistatori”. Questa paura verso le mire espansionistiche dei gaijin si sarebbe esteso, nel tempo, a tutti i visitatori, portando a un periodo di rifiuto, deportazione e addirittura uccisione degli stranieri. Ad accrescere il nuovo sentimento sovranista (inteso come la politica di chiusura dei confini nazionali per proteggere l’identità, la cultura o l’economia del proprio paese) contribuirono gli insuccessi in campo bellico. Hideyoshi, infatti, avviò nel 1592 una spedizione di conquista verso la Corea con 200.000 uomini, arrivando fino a Seoul e Pyonyang per poi essere respinto prima di raggiungere il confine con la Cina. Per contro, i coreani affondarono l’intera flotta giapponese. Ci riprovò nel 1597 ma i generali interruppero ogni azione nel 1598 alla morte di Hideyoshi. Alcuni storici affermano che, in realtà, questa guerra serviva solo a distogliere l’attenzione e le forze dei suoi potenziali oppositori.

Hideyoshi lascia un figlio avuto all’età di 60 anni, Hideyori, che alla morte del padre aveva solo 5 anni. Si narra che Hideyoshi fece assassinare il figlio precedentemente adottato e tutta al sua famiglia solo per assicurare al figlio naturale la discendenza. Per proteggere il piccolo Toyotomi Hideyori, prima di morire Hideyoshi istituì il cosiddetto “Consiglio dei Reggenti” in cui pose 5 daimyo a lui fedeli per governare il Giappone finché suo suo figlio non avesse avuto l’età per subentrare come shogun. Oltre a Tokugawa Ieyasu, i reggenti erano Uesugi Kagekatsu, Ukita HideieMaeda ToshiieMōri Terumoto (avrebbe dovuto esserci un sesto reggente, ma morì prima del tempo). Sebbene costoro avessero giurato di difendere l’erede, si scatenarono le rivalità per la successione al potere. Per i nerd, la serie televisiva Shogun inizia proprio in questo periodo.

Ieyasu ottiene due grandi vittorie contro i daimyo che gli erano ostili, prima al castello di Osaka (quartier generale del suo diretto rivale Mitsunari Ishida) e poi sul campo di Sekigahara, entrambi nei pressi dell’attuale Nagoya. La battaglia di Sekigahara del 21 ottobre 1600 segna la fine del periodo degli stati combattenti poiché Ieyasu non ha più rivali del proprio calibro.
Per questo successo, l’imperatore gli concede il titolo di Shogun.
Forte di questo potere, dopo quelli dei Minamoto e degli Ashikaga, Ieyasu creò quello che viene ricordato come il terzo shogunato con la direzione del clan Tokagawa, avviando, di fatto, il periodo Edo.


Se posso consigliarti un buon libro che parli dell’assalto al castello di Osaka con cui Tokugawa Ieyasu eliminò l’ultimo ostacolo al suo potere su tutto il Giappone, “Osaka 1615: l’ultima battaglia dei Samurai” di Stephen Turnbull è quello giusto.
Con mura alte 30 metri difese da centomila samurai, l’ultimo membro del clan Toyotomi si sentiva al sicuro arroccato nel castello di Osaka.
Il resto è stori!

Se fossi interessato a leggere la storia di una delle battaglie più epiche della storia giapponese, seguendo questo link atterrerai su Amazon dove potrai acquistarlo: per te non c’è maggiorazione di prezzo, ma al blog viene riconosciuta una piccola percentuale a sostegno delle spese.

Il carattere dei personaggi

…e l’uccellino che non voleva cantare!


Quando posso, cerco di dare un volto e un carattere ai personaggi storici per immedesimarmi nelle loro imprese e capire meglio il perché delle decisioni e delle scelte che hanno determinato la storia.
A questo proposito, c’è un racconto della tradizione giapponese che ci permette di capire il carattere dei 3 protagonisti del periodo Azuchi-Momoyama, ovvero  Oda NobunagaToyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu.

I tre sono in un giardino aspettando che un uccello si decidesse a cantare. Ognuno di loro dichiara come affrontare il compito: Nobunaga lo avrebbe costretto sotto la minaccia di morte, Hideyoshi lo avrebbe persuaso con dolcezza e infine Ieyasu avrebbe atteso pazientemente che l’uccello si fosse messo a cantare da solo.

Torno un attimo sulla serie televisiva basata sul libro “Shōgun” di James Clavell perché penso che qualsiasi riferimento possa aiutarci a capire meglio ciò che vediamo nei nostri viaggi può tornarci utile. In questa miniserie, alcuni personaggi del racconto sono ispirati a personaggi reali d questo periodo. Siccome, a parer mio, gli sceneggiatori hanno fatto un ottimo lavoro in termini di caratterizzazione dei personaggi e tradizioni nipponiche, credo che riconoscerli – sempre che l’abbiate visto – potrebbe rendere più appassionante la vostra visita nei luoghi storici in cui si sono compiute le loro gesta:

  • Yoshii Toranaga è ispirato a Tokugawa Ieyasu
  • Nakamura Hidetoshi è ispirato a Toyotomi Hideyoshi
  • Lord Kuroda Nobuhisa è ispirato a Oda Nobunaga
  • Padre Martin Alvito è ispirato a João Rodrigues
  • John Blackthorne è ispirato a William Adams, considerato il primo britannico a mettere piede in Giappone
Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu con gli stemmi dei rispettivi clan.
Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu con gli stemmi dei rispettivi clan.

La storiella dei tre unificatori è raccontata anche in un video del mio canale di Tik Tok… sei già iscritto, vero?!?

Link a video Tik Tok
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Il Castello di Osaka, dove si incrociarono le storie dei tre unificatori del Giappone.
Il Castello di Osaka, dove si incrociarono le storie dei tre unificatori del Giappone.
Il castello di Nijo a Kyoto, dove vissero gli shogun della dinastia Tokugawa.
Il castello di Nijo a Kyoto, dove vissero gli shogun della dinastia Tokugawa.

Periodo Edo (1600-1868)

La misura dell’equilibrio tra le forze politiche e della stabilità di una nazione si può vedere dal tempo in cui un governo riesce a mantenere uno status di pace. Tokugawa Ieyasu, alla sua nomina a shogun, nel 1603, poteva contare su uno stato così unito da permettere alla sua dinastia di governare senza guerre per circa 2 secoli e mezzo!
In realtà, non era tutto rose e fiori: se c’era voluto un notevole spargimento di sangue per raggiungere l’armistizio tra gli oltre 250 feudatari del territorio giapponese, lo sforzo per tenere unita questa terra non fu da meno.
Ieyasu, sbrigata la “pratica” con l’Imperatore, trasferì il governo nella sua Edo (dove inizialmente era stato mandato proprio per stare lontano dal potere) e pretese che, ciclicamente, i daimyo risiedessero per mesi presso Edo, contribuendo alla costruzione del castello e all’ampliamento del villaggio. Con le risorse in più che arrivarono con i daimyo, Edo si trasformò da villaggio di pescatori a centro urbano frequentato e organizzato.
Molto probabilmente,  fu in questo periodo che si posero le basi per quella che sarebbe stata la struttura della città di Tokyo negli anni a venire: per fare un esempio, gli artigiani che producevano prodotti affini si concentrarono nelle stesse strade o negli stessi isolati, dando vita a quartieri “tematici” (come oggi potrebbero essere Akihabara, paradiso per gli appassionati di manga, anime ed elettronica, o Ginza, per i patiti di shopping di alto livello) e, spesso, divisi per rango. Chiaramente, infatti, attorno al castello sorsero le case dei nobili, affinché potessero stare più vicini possibile al potere centrale.

I daimyo governavano localmente le proprie terre grazie al proprio esercito di Samurai ma – per fare un esempio – potevano avere un solo castello e dovevano chiedere il permesso per costruirsi una nuova nave: regole come queste permettono a Ieyasu di mantenere limitato il loro potere per non alterare l’equilibrio generale dell’Impero. Inoltre, obbligare i daimyo agli spostamenti ciclici da Edo ai propri feudi (detti “han“) e viceversa, equivaleva a tenere in ostaggio le loro famiglie, assicurandosene la fedeltà.

È di questo periodo la storia (forse un po’ romanzata) di William Adams, considerato il primo inglese a mettere piede in Giappone. Ieyasu lo fa portare alla sua corte e, affascinato dalle tecniche occidentali, lo coinvolge nella realizzazione della propria flotta mercantile, nominandolo anche proprio interprete e, successivamente, agente di commercio. Fu Adams a negoziare il vantaggioso accordo con gli olandesi, che si guadagnarono il diritto di restare nelle grazie dello shogun anche quando tutti gli altri stranieri verranno banditi. Adams adottò come propria la cultura giapponese, ricevette terre e servitori, e fu il primo occidentale a guadagnarsi il diritto di portare le due spade dei samurai.

Immaginate, però, che stranieri di diverse nazionalità e di diverso credo religioso arrivassero nella vostra terra e cominciassero a parlar male l’uno degli altri, svelando tutti gli altarini che, fino ad allora, erano rimasti celati perché “lontano dagli occhi…”. Identificare portoghesi, spagnoli, inglesi e olandesi come commercianti sfruttatori con mire espansionistiche e vedere come si facessero la guerra tra loro portò lo shogunato a maturare una grandissima diffidenza e a perdere la stima negli interlocutori. Inoltre, il numero di adepti che aveva fatto il cattolicesimo con i suoi missionari rischiava di non essere più una minoranza ma di assumere un peso politico.

Dal 1638 iniziò la politica di isolamento con il rifiuto di qualsiasi contatto con l’estero, sotto la guida del terzo shogun della dinastia, Tokugawa Iemitsu, nipote di Iayesu. La politica autarchica di Iemitsu passò alla storia col nome di “sakoku” e si concretizzò in una serie di editti che videro lo sterminio di cristiani e sospetti tali. Si voleva cancellare tutto ciò che non fosse in linea con la cultura e le tradizioni nipponiche, a partire dalla polvere da sparo, che tornò a essere utilizzata per i fuochi d’artificio (come insegnato dai cinesi) lasciando spazio alle armi da taglio, più consone al rispetto e all’onore. Ci sono cronache di mercanti portoghesi che provarono a sbarcare comunque per fare delle proposte commerciali e i cui equipaggi vennero sterminati. Chi era in Giappone avrebbe dovuto restarci a vita, mentre a chi era all’estero non fu permesso di tornare. Per assicurarsi la chiusura delle comunicazioni, lo shogun fece distruggere tutte le navi.

I soli a cui fu garantita la possibilità di commercio, come già detto, furono gli olandesi, a cui fu permesso utilizzare come porto di scambio l’isola di Dejima, di fronte a Nagasaki, con il divieto assoluto di varcare il ponte che univa l’isola alla città.

Nel frattempo i contadini, schiacciati dalle tasse e dalle leggi a sfavore, vivono un malcontento tale da cominciare a ribellarsi, per la prima volta, ai propri signori, come nel caso della rivolta di Shimabara che fu repressa nel sangue dallo shogun con un esercito di 125.000 uomini.

A Iemitsu su deve l’ampliamento del Castello dell’Airone Bianco, conosciuto anche come il Castello di Himeji, che gli venne inizialmente donato dal nonno.

Questa, infatti, va vista soprattutto come un’epoca di prosperità e di sviluppo: una tra tutti, l’infrastruttura nazionale di strade e stazioni di sosta che sorse per permettere il collegamento di Edo con tutti i territori. Allo stesso modo, dato il lungo periodo di pace, si lavorò molto sul sistema legislativo e si sviluppò la letteratura. Chi se la vide male furono gli shogun che, senza più guerre da combattere e ricchezze da accumulare, si ritrovarono a svolgere un lavoro da “impiegato”, senza più avventura ma sempre con gli stessi principi di onore e senso del dovere. Alcuni storici pensano che è in questo periodo che nascono  i moderni impiegati giapponesi che vediamo ancora oggi battersi pubblicamente il petto in caso di errore o lavorare senza sosta per conseguire il risultato.

Il periodo di isolamento e pace forzata fu messa a dura prova a metà del 1800, quando l’egemonia sui commerci dei soli olandesi indusse altre nazioni a protestare rivendicando il libero commercio. In particolare, l’ammiraglio Matthew Calbraith Perry si presentò sulle coste giapponesi con le navi americane e i loro modernissimi cannoni (con una gittata superiore a quelli dello shogun) imponendo un trattato commerciale per la serie “o ci firmate il trattato con le buone, o ve lo facciamo firmare con le cattive“. Il risultato fu la convenzione di Kanagawa del 1854 che decretò la perdita di immagine dello shogun con conseguente ripresa del potere da parte dell’Imperatore, mettendo fine, di fatto, al periodo Edo, che molti storici, per ovvii motivi, chiamano anche “periodo Tokugawa“.

Se vi andasse di conoscere qualche dettaglio e qualche retroscena in più riguardo al trattato di amicizia e pace tra Giappone e Stati Uniti, vi consiglio di leggere questo articolo in cui mi sono anche lasciato andare ad alcune riflessioni personali in termini di resilienza, tradizioni ed evoluzione.


Se posso consigliarti un buon libro sul tema di Shogun, Samurai e Daimyo, mi sono imbattuto in uno di Andrea Terranova dal titolo autoesplicativo “Storie di Shogun, Daimyo e Samurai: I guerrieri che hanno fatto la storia del Giappone“.
In queste 166 pagine scopriamo le storie di alcuni tra gli uomini che hanno dato lustro al Giappone feudale e al suo codice d’onore.

Se fossi interessato ad acquistare questo titolo, disponibile anche in formato kindle, ti chiedo di seguire questo link: atterrerai su Amazon dove per te non c’è maggiorazione di prezzo, ma al blog viene riconosciuta una piccola percentuale a sostegno delle spese.

Morte di Tokugawa Iayesu

Lo Shogun più famoso e celebrato di tutti i tempi morì nel 1616 all’età di 73 anni.
Aveva dato il via una dinastia numerosa, con un gran numero di progenie a diffondere e conservare il potere del clan Tokugawa.
Se aveste tempo e riusciste inserire nel vostro tour una tappa a Nikko, nella prefettura di Tochigi, nel tempio di Tōshō-gū troverete il mausoleo della sua sepoltura.

Shinōkōshō

In questo periodo il modello sociale era lo shinōkōshō, che si può tradurre in una rigida gerarchia tra classi sociali: sopra a tutti i samurai, anche se erano una minoranza, poi i contadini, gli artigiani e, all’ultimo posto della scala gerarchica, erano scesi i mercanti. Per capire come mai quelli che in altri contesti non avrebbero dato pensiero, e cioè i contadini, in questo contesto erano pericolosi man mano che si fomentavano nel malcontento, dovete considerare due aspetti:

  1. la maggior parte dei contadini si era convertita al cattolicesimo e, per sopravvivere, aveva dovuto rinnegarlo;
  2. “questi” contadini erano cresciuti con l’educazione dei combattenti, pronti a difendere le terre dei loro signori.

Ecco perché per lo Shogun fu così importante sedare la rivolta di Shimabara: rappresentava la ribellione all’ordine costituito. Il risultato fu, oltre a una pace forzata basata sulla paura delle ritorsioni, l’uccisione di moltissimi fedeli e monaci cattolici, anche per crocifissione, e la fine dei rapporti con i Portoghesi.

L'Ammiraglio Matthew Calbraith Perry in un'immagine generata da AI.

Periodo Meiji (1868-1912)

Il periodo Meiji venne anche chiamato “Restaurazione Meiji“, perché lo schiaffo subito dal Giappone per mano degli americani riguardo all’obbligo di stipulare un trattato di commercio permise al 122° Imperatore, Mutsuhito Meiji (da cui il nome) di riprendere il potere e mettere fine all’istituzione dello shogunato avviando, allo stesso tempo, un processo di ammodernamento del Paese, delle sue leggi, dello stato sociale e della struttura di governo.
Nel 1863, lo scozzese Thomas Blake Glover, che aveva fondato una compagnia di commercio di tè con base a Nagasaki, permise a un gruppo di giovani studenti riformisti giapponesi di andare in segreto a Londra: si trattava di giovani talentuosi con la voglia di apprendere il più possibile dall’occidente. Tornati in patria, furono proprio loro il motore del cambiamento, al punto che uno di essi fu il primo a fregiarsi dell’incarico di Primo Ministro del Giappone, mentre un altro assunse il ruolo di Ministro degli Affari Esteri nel suo governo. I daimyo persero i loro castelli e le residenze lussuose che avevano costruito a Edo nel distretto attorno al Palazzo, per sottostare alle regole dei Tokugawa: è proprio dal distretto di Marunouchi che partì la modernizzazione del Giappone come potenza mondiale.

Prima di arrivare a questi risultati, però, la strada fu determinata ma faticosa: ci fu l’abolizione di quasi ogni regola imposta dallo shogunato, fu ammodernato l’esercito, si riformò il sistema di governo ispirandosi al modello prussiano e creando una sorta di monarchia costituzionale che vedeva l’Imperatore a capo del potere politico doversi confrontare con un’assemblea che ricordava molto un piccolo parlamento. L’11 febbraio 1889 si arrivò ad approvare la Costituzione dell’Impero del Giappone, passata alla storia come Costituzione Imperiale o Costituzione Meiji. Questa raccolta di leggi gettò le basi per la futura costituzione del Giappone moderno.

Dal 1870, intanto, era partita la rivoluzione industriale che significò la costruzione di strade, ferrovie e industrie, specialmente sul fronte tessile. Le scuole si aprirono all’estero per arricchire i propri programmi, a partire dalle lingue straniere che si reputavano necessarie a permettere agli studenti giapponesi di andare a studiare in occidente.
Il 23 dicembre del 1871 la nave America salpò da Yokohama per affrontare un viaggio di un anno e dieci mesi toccando 12 Paesi allo scopo di studiarne usi e costumi per recepire quanti più strumenti possibili per l’ammodernamento del Giappone. Dal nome del direttore di questa missione, l’impresa viene ricordata come missione Iwakura.

L’indole espansionistica giapponese, però, non rimase sopita per molto e, malgrado tanta voglia di progresso, si ritrovò coinvolta, a cavallo del nuovo secolo, in due guerre:

  • nel 1894 nella prima guerra sino-giapponese contro la Cina, dalla quale uscì vittoriosa con nuovi territori tra cui Taiwan (Trattato di Shimonoseki del 1895);
  • nel 1904 nella guerra russo-giapponese contro la Russia per il controllo della Manciuria e della Corea, in cui ottenne ottimi risultati finali perché la Russia era scossa da problemi interni e abbandonò la lotta: con il Trattato di Portsmouth del 1905, tra le varie rinunce della Russia, vale ricordare il riconoscimento della Corea come una zona di influenza giapponese. Come conseguenza, nel 1910, il Giappone compie il passo azzardato di annettere a sé la Corea scatenando il malcontento internazionale nei loro confronti.

Indipendentemente dai sentimenti internazionali, l’Imperatore Meiji e i riformisti che lo affiancarono e consigliarono, trasformò il Giappone in meno di 50 anni da stato feudale autocratico a potenza moderna con rilevanza nello scacchiere mondiale.


I rapporti con la Corea del Sud

Vi chiedo scusa sin da ora se quanto dirò in questo box potrà sembrare frettoloso, ma approfondire un tema come i rapporti tra il Giappone e la Corea del Sud richiederebbe uno spazio molto più grande: ho in programma di visitare Seul in un prossimo futuro e probabilmente dedicherò un articolo più completo a questo argomento. In questa sede, mi limiterò a darvi qualche coordinata per capire l’argomento nell’ambito della storia del Giappone.

Sebbene siano sempre stati vicini di casa (lo Stretto di Corea, o Stretto di Tsushima rende Fukuoka e Busan dirimpettai), la storia dei rapporti difficili inizia nel 1910, quando il Giappone decide di annettere la Corea per trasformarla in una colonia dell’Impero. Per onestà storica va raccontato che in questo periodo di  dominazione, i giapponesi fecero diverse cose che non gli resero onore:

  • fi perpetrata una soppressione culturale nei confronti dei coreani, obbligati a usare nomi giapponesi, parlare la lingua giapponese e adorare l’imperatore (che rivestiva ancora natura divina).
  • Ci fu l’espropriazione delle terre di cui si appropriarono i coloni. Questo comportò l’emigrazione forzata e impoverimento dei coreani.
  • L’azione più atroce fu commessa verso migliaia di donne coreane che furono costrette a soddisfare i desideri sessuali dei militari giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale. Questo tema è ancora oggi oggetto uno dei principali motivi di tensione tra i due popoli per via di riconoscimenti ufficiali, scuse e risarcimenti che vengono spesso considerati non appropriati o sufficienti.

Il Giappone è stato spesso accusato di revisionismo storico: il modo in cui racconta il proprio passato nei libri di testo è spesso visto da Seul come una minimizzazione delle atrocità commesse.
Una delle pietre di scandalo, nella vita diplomatica, fu il Santuario Yasukuni di Tokyo. Fondato nel 1869 dall’imperatore Meiji, per molti giapponesi è solo un luogo di preghiera e memoria per i caduti mentre per i paesi vittime dell’imperialismo giapponese è un simbolo politico: al suo interno, infatti, sono ospitate le anime di oltre 2,4 milioni di persone, tra cui anche 14 criminali di guerra di Classe A condannati dopo la Seconda Guerra Mondiale. Diversi primi ministri giapponesi hanno visitato il santuario durante il loro mandato, suscitando proteste internazionali. L’imperatore Hirohito smise di visitarlo proprio per la presenza dei criminali di guerra.

Con il Trattato del 1965 si provò a rasserenare i rapporti ma molti sudcoreani lo considerarono insufficiente e ingiusto.
Nel 2018, inoltre, la Corte Suprema sudcoreana riaprì il tema dei lavoratori forzati, inasprendo nuovamente le tensioni.
È un dato di fatto che queste ferite influenzino ancora oggi la politica estera e la cultura pop.


L’angolo degli otaku

Se siete appassionati di K-drama, non vi sarà sfuggita una sequenza di “The King – Eternal Monarch“, con i bravissimi Lee Min-ho, Kim Go-eun e Woo Do-hwan. In questa storia in un mondo parallelo la Corea del Sud sconfigge l’esercito navale giapponese che fa una magra figura. Leggendo i gossip, anche una puntata di uno sceneggiato può accendere controversie politiche tra le due sponde dello stretto di Tsushima.

Periodo Taishō (1912-1926)

Gli anni d’inizio e fine di questo periodo dicono già quale fu il tema principale: la Prima Guerra Mondiale che vide il Giappone entrare nella Società delle Nazioni, dapprima come alleato e poi come stato membro.
Il nome del periodo è legato al 123° Imperatore, figlio di Meiji, Yoshihito, che passò alla storia col nome di Imperatore Taishō. Fu poco presente e diede molta licenza ai militari poiché era affetto da malattia mentale e non si faceva vedere in pubblico. Nel 1921 la pressione fu tale che abdicò in favore del figlio Hirohito, che divenne l’Imperatore Shōwa.

Nonostante ciò, con il trattato di pace che concluse la guerra, il Giappone ottenne le isole del Pacifico che aveva occupato e strappò alla Cina i diritti commerciali nella Mongolia interna e nella Manciuria meridionale.


Periodo Shōwa (1926-1989)

L’Imperatore Hirohito (chiamato anche imperatore Shōwa) salì al trono nel 1926 inaugurando l’era Shōwa (ovvero “era della pace illuminata“) e regnò per 63 anni, il periodo più lungo nella storia degli imperatori giapponesi. Questi anni, però, furono terribili a causa del conflitto che sarebbe scoppiato 15 anni dopo e dei segni che avrebbe lasciato nel Giappone: la Seconda Guerra Mondiale.

Prima di arrivarci, però, è bene sottolineare come le cose, in Giappone, fossero cambiate dai tempi in cui nessuno alzava la testa in presenza del proprio daimyo, dello shogun o dell’imperatore: uno stato moderno prevedeva anche il dissenso verso il governo e quindi sia nel 1932 che nel 1936 si registrarono tentativi di ammutinamento verso il potere centrale, pur restando circoscritti.

Ma ora veniamo agli eventi forti di questo periodo.
Inizialmente l’Impero restò in disparte rispetto al conflitto mondiale e fu solo nel dicembre 1941 che decise di intervenire attaccando numerose basi americane nel Pacifico tra cui la ben nota Pearl Harbor nell’isola hawaiiana di Oahu. Questi attacchi avvennero senza alcuna dichiarazione preventiva, ma furono seguiti dalla dichiarazione di guerra contro l’America e gli Alleati.
Alcuni storici hanno visto in questo desiderio di rivalsa contro l’America una risposta ideale allo “schiaffo” del commodoro Perry del 1853, anche perché decisamente non in linea con i principi di onore e lealtà anche nella battaglia che avevano animato la storia del Giappone per secoli. Fatto sta che la risposta degli USA fu una serie di battaglie sul campo (com quella celebre delle isole Midway nel giugno 1942, in cui le due Marine si affrontarono ottenendo ingenti perdite per il Giappone) e di incursioni sulle basi nipponiche, fino ai ben noti e tragici lanci della bomba atomica:

  • il 6 agosto 1945 su Hiroshima;
  • il 9 agosto 1945 su Nagasaki.

Accusato il colpo come una ferita nazionale, il Giappone si arrese. La sconfitta comportò lo scioglimento dell’Impero.
L’esercito americano, al comando del Generale Douglas MacArthur, occupò il Giappone cambiandone la struttura pubblica, istituzionale e militare.

Nel 1946 venne concesso il diritto di voto alle donne. 38 donne entrarono per la prima volta nella Dieta (l’organo legislativo del Giappone).
Nel 1947 viene approvata la nuova Costituzione del Giappone (Nihon-koku kenpō o, in kanji, 日本国憲法), detta anche Costituzione del Dopoguerra, Costituzione della Pace o Costituzione di MacArthur. In essa si proclama definitivamente lo stato di diritto definendo una sovranità popolare esercitata in congiunzione con l’Imperatore che resta il Capo dello Stato ma diventa una figura prettamente diplomatica e cerimoniale.
Da segnalare è l’Articolo 9 che sancisce la rinuncia del Giappone al diritto alla guerra.
Venne finalmente ripristinata la libertà di culto e si scrisse la parola “fine” alle persecuzioni religiose.

Con i negoziati di pace del 1951, il Giappone rinunciava a ogni pretesa sulla Corea, Taiwan, le isole Curili, Sahalin e le isole in amministrazione mandataria. In seguito a ciò, il Giappone riacquistò piena sovranità, il che gli permise di riavviare i rapporti diplomatici con gli altri stati.
Nel 1956 il Giappone divenne membro dell’ONU.

Per riabilitarsi agli occhi del mondo e sbandierare il proprio progresso e la propria rinascita, vennero organizzati due eventi di richiamo mondiale:

  • le Olimpiadi di Tokyo del 1964;
  • l’Esposizione universale di Osaka del 1970.

Nel 1989 muore l’imperatore Hirohito e gli succede il figlio Akihito.


Memoriale della pace di Hiroshima
Memoriale della pace di Hiroshima

Un passaggio essenziale

Per arrivare a votare la validità della nuova Costituzione era necessario un passaggio preliminare non facile che avrebbe cambiato la storia del Giappone: durante il discorso di capodanno del 1946, l’Imperatore Hirohito pronunciò la Dichiarazione della natura umana dell’imperatore: egli non era più l’incarnazione di un dio. Questa dichiarazione porta il nome di Ningen-sengen, ovvero “Dichiarazione di umanità“, ma è ricordata anche col titolo “Rescritto imperiale sull’edificazione di un nuovo Giappone“.

«Il legame fra noi e il nostro popolo si è sempre fondato sulla reciproca fiducia e il reciproco affetto. Esso non deriva da semplici leggende o miti. Non si basa sulla falsa concezione secondo la quale l’imperatore sarebbe divino e secondo la quale il popolo giapponese sarebbe superiore ad altre razze e predestinato a governare il mondo.»

Periodo Heisei (1989-2019)

L’imperatore Akihito inaugura l’era Heisei, che letteralmente significa “era della pace raggiunta“.
Tra il 1989 e il 1991 ci fu una bolla economica dovuta al rafforzamento dello Yen rispetto alle altre monete che bastò a far partire una serie di investimenti che portarono il Giappone alla ribalta sul mercato mondiale, alche se nel 1997 risentì comunque della crisi finanziaria asiatica.

Fu anche un periodo di calamità e disordini: nel 1995, prima Kobe fu messa in ginocchio da un terremoto di magnitudo 7.3 per lo spostamento di un faglia ( la terra si mosse di 18 cm in senso orizzontale e di 12 cm in verticale), poi il gruppo terrorista Aum Shinrikyō diffuse gas nervino nella metropolitana di Tokyo col bilancio di 13 morti e 6.200 persone intossicate gravemente. Il gruppo nasceva come movimento religioso, ma in seguito all’evento la loro guida, Shōkō Asahara, venne condannato a morte per impiccagione nel 2004.

Sul fronte militare, nel 2003, dopo la Guerra del Golfo, il Giappone inviò un gran numero di truppe per la ricostruzione dell’Iraq: era dai tempi della Seconda Guerra Mondiale che l’esercito non usciva dai confini.

I disastri geologici, però, non diedero pace al territorio giapponese: l’11 marzo 2011 il terremoto più forte mai registrato in Giappone colpì il nord provocando addirittura uno tsunami che devastò le coste nord-orientali.

Il 1º dicembre 2017 Akihito annuncia l’intenzione di abdicare, portandola a compimento il 30 aprile 2019.


Periodo Reiwa (2019-presente)

Con l’abdicazione di Akihito, il regno passa a suo figlio Naruhito e si arriva ai giorni nostri con l’era Reiwa, che letteralmente significa “periodo di bella armonia“.
Non si può dire che questa nuova era sia iniziata con i migliori auspici perché il nuovo imperatore si è trovato subito a dover fronteggiare la pandemia di COVID-19 proveniente dalla vicina Cina.

Nell’agosto 2021, traslati di un anno a causa della pandemia, Tokyo ha ospitato la XXXII edizione dei Giochi Olimpici.

Il 1º gennaio 2024 La costa nord-occidentale del Giappone intorno a Niigata fu colpita da un terremoto di magnitudo 7,5 della scala Richter, che generò un maremoto con onde fino a 5 metri di altezza, risultando in uno dei più forti nella zona dal 1885. Si verificarono decine di morti e tanta distruzione. Nonostante ciò, la resilienza e la capacità di ripartire del popolo Giapponese prevalse anche in questa occasione.


Da qui in poi, la storia è tutta da scrivere!

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In questo caso, ho selezionato 4 libri per ripercorrere la storia del Giappone, di tipologie e prezzi diversi ma sicuramente scritti da persone più autorevoli di me in questa materia.

Storia del Giappone moderno. Dalle cannoniere dell’ammiraglio Perry a Hiroshima e Nagasaki

Richard Storry
350 pagine
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La storia del Giappone:
Un viaggio nel tempo

AA VV
197 pagine
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Storia completa del Giappone – 2 libri in 1: Dall’antichità alla cultura pop contemporanea

Jim Barrow
259 pagine
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La storia grande del Giappone

AA VV
112 pagine
italiano

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1 comment

Cristiano 2025-07-18 - 19:50

Ottimo, approfitterò di questo blog per ulteriori e piacevoli approfondimenti!

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