La laguna che scuote le coscienze
Siamo sempre sulla Ring Road e abbiamo superato sia la zona delle bellissime cascate, sia il parco di Skaftafell. Quest’ultimo, per chi vi si era addentrato, ci aveva dato uno spoiler di ciò che ci stava aspettando di lì a poco, ovvero un cambio di paesaggio che d’ora in poi sarebbe stato dominato da sua maestà il ghiacciaio Vatnajökull che, con i suoi 8.100 kmq di superficie può vantare i seguenti record:
- per volume è il più grande in Europa;
- per estensione è al secondo posto (viene battuto dal ghiacciaio Austfonna nelle isole Svalbard in Norvegia);
- per massa è il quarto al mondo (dopo le calotte dell’Antartide, della Groenlandia e il Campo de Hielo della Patagonia).
Il Vatnajökull ricopre circa l’8% dell’Islanda e dà origine a 30 ghiacciai tra cui il Breiðamerkurjökull a sud che, con il suo “ritiro” ha generato la laguna glaciale Jökulsárlón, che altro non è che un lago formatosi grazie allo scioglimento del fronte meridionale della lingua del ghiacciaio.
A prima vista sembra una cosa bellissima, ma vi chiedo di soffermarvi a pensare che, neanche 100 anni fa, il fronte del ghiacciaio arrivava fino alla strada e che in circa 80 anni si è sciolto tanto da formare la laguna più grande d’Islanda ampia 18 kmq e profonda fino a 248 metri.
Il ritmo con cui il ghiacciaio si ritira è di circa 500 metri ogni anno.
Quando qualcuno si stupisce che i movimenti ecologisti in difesa dell’ambiente partano spesso e volentieri dal Nord Europa, può trovare una spiegazione proprio nel fatto che qui la crisi dovuta ai cambiamenti climatici è sotto gli occhi di tutti e non servono sofisticati strumenti di rilevazione per vedere quello che sta succedendo: basta visitare uno di questi luoghi per capire che la casa comune si sta “sciogliendo”.
I numeri del Vatnajökull
- Estensione: 8.100 kmq
- Spessore medio: 380 m
- Spessore massimo: 950 m
- Volume: circa 3.100 Km cubi
- Quota massima: 2.110 m
- Altezza media del territorio su cui poggia: 670 m
La conquista del mare
Pochi sanno che un ghiacciaio non resta fermo, ma “cammina” in direzione delle sue lingue. In prossimità del fronte, quindi, quando il fronte si ritrova a ridosso della laguna, è frequente che imponenti blocchi di ghiaccio si stacchino e comincino a galleggiare formando gli iceberg. Una caratteristica spettacolare della laguna Jökulsárlón sono proprio i bellissimi iceberg che crescono e assumono il classico colore azzurro diventando sempre più forti e stabili fino a conquistare il mare in un periodo che può essere anche di 5 anni e per molti il viaggio termina di lì a poco.
Ma, se vi va, andiamo per piccoli passi: nella laguna è possibile unirsi alle escursioni in gruppo con i mezzi anfibi oppure affittare un kayak e farsi guidare tra le montagne galleggianti. In questa visita, una guida molto paziente mi ha spiegato alcune cose che vi riporto in questo articolo.
Un iceberg è un pezzo di ghiaccio composto di acqua dolce che, nonostante il suo peso, galleggia poiché il suo stato solido ha una densità maggiore dello stato liquido nel quale si trova. Grazie alle leggi della fisica che descrivono le forze in gioco tra un corpo e il fluido in cui è immerso, si può dire approssimativamente che l’iceberg trova un “equilibrio” quando il 10% circa del suo volume resta fuori dall’acqua e il 90% circa sta sotto la superficie. Ciò che vediamo affiorare, quindi, è una piccolissima parte di queste montagne galleggianti. Per questa ragione nacque il detto
…è solo la punta dell’iceberg!
Il termine iceberg deriva dalla parola olandese ijsberg che significa “montagna (berg) di ghiaccio (ijs)”. Al loro interno la temperatura può scendere anche a -15° e oltre.
Quando un blocco di ghiaccio si stacca dal ghiacciaio e trova il suo equilibrio di galleggiamento, comincia il processo di crescita e stabilizzazione. Inizialmente, il colore è blu poiché contiene ancora degli spazi pieni di aria che, per effetto della rifrazione della luce, assumono il colore azzurro.
La parte immersa, col tempo, tende a compattarsi per la pressione, perdendo ossigeno e riducendo le famose sacche di aria. Da un lato il ghiacciaio assume una colorazione sempre più neutra, ovvero diventa trasparente come un diamante (ricordate questa definizione, perché ci servirà dopo), mentre da un altro punto di vista ne cambia la conformazione rimettendo in gioco densità, volume e proporzioni per il galleggiamento: quando la parte emersa diventa più pesante di quella immersa e le forme mutate non consentono più la stabilità del corpo galleggiante, si ha il fenomeno del ribaltamento. Con un grosso boato, simile a un tuono, l’iceberg si ribalta, assume una nuova forma e ricomincia il processo di compattamento.
ATTENZIONE: a causa dei ribaltamenti, è pericoloso andare da soli a navigare in prossimità degli iceberg, quindi avventura sì, ma con la testa.
Dopo un certo lasso di anni, che può arrivare anche a 5, gli iceberg così consolidati e più stabili di quando si staccarono dal fronte del ghiacciaio, riescono a imboccare il brevissimo fiume che passa sotto il ponte della Ring Road e, tra le foche che li scortano, gli uccelli marini che li seguono e i turisti sui bordi dello stretto che li incitano, tentano di prendere il largo.
Non tutti ce la fanno, però: molto si arenano rovinosamente sulla spiaggia di sabbia nera alla foce del fiume. Il contrasto tra il nero della sabbia e il ghiaccio limpido e trasparente degli iceberg arenati ha ispirato il nome di questa spiaggia, ovvero Diamond Beach.
Se pensiamo a quando si formò il ghiaccio per effetto delle nevi sulla calotta del ghiacciaio e a tutto il processo che ha superato per arrivare sulla “spiaggia dei diamanti”, vi sarà facile immaginare che abbia un’età media di un migliaio di anni. Le ramificazioni nere molto spesso presenti come una filigrana al suo interno non sono altro che i “racconti” delle eruzioni che ci sono state nel corso della storia e della cenere vulcanica che si è depositata tra gli strati di ghiaccio. Per questa sua capacità di “congelare la storia geologica”, lo studio dei ghiacci antichi è tutt’ora uno dei modi più affidabili per capire come è evoluto l’ambiente negli anni.
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Il senso dell’humar
Diario di viaggio
No, tranquilli: non c’è un errore di digitazione. Volevo giocare proprio sul doppio senso della parola “humar“.
Tutto ha inizio quando arrivo alla laguna di Jökulsárlón, parcheggio e corro prenotare un’escursione tra gli iceberg sul mezzo anfibio. Il primo turno era completo e quindi mi tocca aspettare quasi un’ora.
Come ingannare il tempo?
Lo so! Vado a provare lo street food locale in uno dei chioschi presenti… lo faccio solo per interesse scientifico, giuro!
Non avendo voglia di hamburger per non rovinarmi la cena nel villaggio di Höfn, che avrei raggiunto la sera, evito hamburger e altri cibi impegnativi e mi metto in coda presso un chiosco che esponeva la scritta “HUMAR“. Ho visto che ne uscivano dei bei panini e che le persone sembravano felici sgranando gli occhi al primo morso.
Senza discutere troppo gli chiedo di darmi la loro specialità e, come faccio di solito quando mi chiedono che salse mettere, gli rispondo di prepararlo come lo avrebbe fatto per sé.
Quello che mi viene passato poco dopo aveva dello spettacolare: gli humar altro non sono che le cosiddette “aragostine atlantiche“, ovvero una via di mezzo tra mazzancolle, scampi e piccole aragoste (è difficile descrivere qualcosa che ha una propria definizione basandoti solo su ciò che conosci). Una carne compatta e saporitissima che mi ripromisi di riassaporare quanto prima, anche perché, preso dalla foga, mi ero ustionato il palato… per fortuna che in una laguna glaciale non manca qualcosa di fresco da mettere in bocca!
I miei propositi furono esauditi!
La sera, dopo aver depositato le valigie in un hotel sulla Hringvegur con una splendida vista sul ghiacciaio, ho fatto qualche altro chilometro per andare nel paesino costiero di Höfn che, scoprirò solo in quel momento, è considerata la capitale della pesca degli humar (Höfn significa “porto“) e quindi il posto migliore per provarli in tutte le loro forme!
Vi giuro che il ragazzo che ha preso l’ordinazione non credeva che gli stessi veramente chiedendo il piatto di degustazione per due persone… ma se uno viaggia da solo ogni tanto deve adattarsi anche a questi disagi! 😛
Fjallsárlón, la sorella minore
Come in tutte le cose, quando si viaggia, non sempre “il più grande del mondo” vuol dire “il più bello”.
È chiaro che non si può venire da queste parti e non vedere la laguna più grande d’Islanda, ma proprio per la sua fama è una meta battutissima dai turisti e dai tour operator.
Se aveste del tempo a disposizione durante il vostro viaggio, vi consiglio di fare una sosta circa 10 chilometri a ovest di Jökulsárlón, sempre lungo la Ring Road, alla laguna glaciale di Fjallsárlón. Non vi immaginate una pozzanghera: si tratta comunque di un lago glaciale di una certa dimensione con i suoi bravi iceberg che si staccano dal fronte del Fjallsjökull, un’altra lingua meridionale del Vatnajökull.
Una volta parcheggiata l’auto, un sentiero di 5 minuti porta al punto panoramico e, se si prosegue, si arriva fino alle rive per ammirare più da vicino le montagne galleggianti. La lingua del ghiacciaio è proprio di fronte e la si può ammirare bene anche dalla riva opposta mentre declina verso le acque gelide del lago.
È possibile passeggiare sulla riva, fino a vedere molto bene in lontananza il Vatnajökull.
Anche qui c’è la possibilità di fare un’escursione in gommone e, chiaramente, è tutto ridotto rispetto alle dimensioni mastodontiche della sorella maggiore, però Fjallsárlón gode del privilegio della poca notorietà e di essere fuori dalle rotte del turismo di massa.
Il vantaggio è un silenzio quasi innaturale, fuori dal tempo, nel quale è possibile distinguere lo scricchiolio del ghiaccio e le acque infrangersi sulle superfici emerse degli iceberg.










